Piano-sciamano: Andaloro «doma» Liszt.

Dolce insolenza, affettuosa guasconeria, audacia. Sono alcune delle qualità che occorrono per affrontare e domare Franz Liszt. Il pianista Giuseppe Andaloro le possiede tutte. Acrobazie, passaggi pericolosi, grappoli d’accordi, scariche folgoranti d’ottave, i mille incantesimi sonori di Ferenc  il magiarolo solleticano. Sa che il virtuosismo non è solo questione di forza e velocità, ma d’intelligenza (etimologicamente «leggere dentro», cioè unità di struttura, funzione, simbolo).

È reinvenzione fonica e signoria ottenuta attraverso i sensi. Signori, si balla. Nelle Rapsodie Ungheresi le tre gambe del piano a coda diventano quelle d’un tavolino da seduta spiritica: movimento senza posa, frustate di arpeggi, tintinnare di carillon nelle zone acute della tastiera, boati al grave. Suono riflettente, caleidoscopico, nella Tarantella. Un magnetismo timbrico esagerato, ebbrezza tentacolare, pulviscoli di semibiscrome.

Si salvi chi può. Giovedì sera nel foyer del teatro Grande  Andaloro ha trasformato il pianoforte in evento della natura: brezza marina,raggio d’estate in notturna spelonca, come narravano i cronisti del tempo. La linea del canto che non scompare mai, atletica scioltezza pure nello slancio estremo,sfolgorio di armonici, eccezionale gioco di pesi.

Poi Andaloro cambia maschera. Dallo stregone ungherese passa al volto emaciato dell’alchimista Debussy. Rada barba, occhi neri da rondone, vapori: Claude, lo scienziato del suono, ancora ci turba. Nei tre Preludi pedali organistici, litofoni, piatti sospesi, arpe. Andaloro cambia tocco a ogni brano. Lo stile non è questione di tecnica ma di visione, e lui è un solitario veggente siciliano. Bis, applausi scroscianti, vivissimo successo.

Enrico Raggi, Giornale di Brescia

“Andaloro «doma» Liszt”

Enrico Raggi, Giornale di Brescia
Giuseppe Andaloro